Guido Mazzoni, Dolente, 1480-85 ca., terracotta, Ferrara, Museo Schifanoia

Guido Mazzoni
Dolente
1480-85 ca., terracotta policroma, altezza cm 67,5
Ferrara, Musei di Arte Antica, inv. O.A. 1634 (provenienza: Ferrara, San Giovanni Battista)

È indubbio che l’humus da cui nasce l’ispirazione del Mazzoni è questo del teatro popolare, delle maschere, dei trucchi spettacolari, delle meraviglie tecniche dell’artigianato che ostenta orgoglioso i miracoli del suo mestiere. Questo resta il fondamento della sua arte, ciò che la determina e la spiega. L’aspetto crudo, violento, esteriore del dramma sacro divenne l’oggetto dell’arte del Mazzoni. Altri gruppi plastici erano sorti prima ed altrove, raffiguranti la Deposizione e il Compianto, ma la figurazione plastica non si era mai così sovrapposta e quasi direi sostituita alla rappresentazione scenica. Si può dire che restò come artista figurativo uomo di teatro. L’illusione doveva essere perfetta, come di attori sulla scena. L’elaborazione stilistica resta spesso difficile a cogliersi, quasi del tutto nascosta e risolta in questo immediato effetto di vero.

C. Gnudi, L’arte di Guido Mazzoni. Problemi e proposte, “Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Province Modenesi”, VIII, IV, 1952; nuova ed. in Il Compianto sul Cristo morto. Quattro capolavori della scultura emiliana del Quattrocento, cat. della mostra (Bologna, Santuario di Santa Maria della Vita, 5 aprile – 10 maggio 1996), Bologna 2000, p. 104.

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Il frammento, che mantiene intatta la policromia originaria sia pure sotto un fitto velo di sporcizia e di ridipinture, doveva far parte o di un Compianto del Cristo o di una Crocefissione.
Sarei propenso per questa ultima ipotesi per lo sguardo della Vergine volto verso l’alto: questo fa supporre che fosse rivolto, implorante ed addolorato, verso l’immagine del figlio appeso alla croce, ma questa è ipotesi non probante poiché, ad esempio, si potrebbe anche pensare ad una figura di dolente inginocchiata, come nel “Compianto” della chiesa di Monteoliveto a Napoli, con lo sguardo volto al cielo in atto di disperazione.

R. Varese, Una dolente di Guido Mazzoni, “Musei Ferraresi. Bollettino annuale”, 2, 1972, p. 195.

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Ma c’è anche un momento nel quale è Mazzoni a guardare Ercole [de’ Roberti]. È possibile che una prima verifica possa già essere ritrovata proprio nel “Compianto” di Ferrara, nel tono cupo più duramente espressionistico che caratterizza il gruppo rispetto al “Compianto” di Modena. Ma può essere una durezza indotta dal confronto con il pittore, quando Mazzoni lavora nella città nella quale Ercole de’ Roberti sta per tornare, per non allontanarsene più. La Madonna del “Compianto” mazzoniano ha l’aspetto di un cupo Vespebild, come si è detto, che la avvicina a un altro frammento ferrarese ascritto giustamente al plastico modenese: la “Maria dolente”, ora nel Museo di Schifanoia. Entrambe le figure riportano indietro il linguaggio mazzoniano al “Compianto” di Busseto, cioè di circa dieci anni, ma il problema è a questo punto scoprire per quale motivo questo linguaggio sia tornato attuale per Mazzoni a Ferrara non una, ma due volte, considerando il frammento, in cui si esprime allo stesso modo. Purtroppo anche in questo senso la perdita di un documento figurativo di straordinaria importanza come la cappella Garganelli ci priva in parte della comprensione del clima figurativo degli anni ottanta tra Modena, Ferrara e Bologna, anche se le testimonianze letterarie forse ancora più dei frammenti superstiti o dei disegni e dipinti “indotti” sono molto eloquenti nel sottolineare il grande impatto emotivo dell’opera, e il dosaggio di elementi dal vero per costruirne l’efficacia.
[…]
Nel caso di Ferrara tuttavia la figura femminile in atteggiamento addolorato rientra in un ambito abbastanza limitato di possibilità. Può essere una delle due Marie o la Madonna. Per confronto con le Madonne di Busseto, di Modena e di Ferrara, mi sembra più probabile che anche questa possa essere una Madonna per l’espressione di cupa e introversa drammaticità, per i segni del cordoglio che scavano profondamente il volto e per l’abito così severo e monacale, con il soggólo e il manto, completamente spogli di ornamenti, che cadono pesantemente sulla fronte coprendola per intero. Solo a Busseto Mazzoni assimila a questo modello così severo anche le due Marie, che sono atteggiate come la Madonna, senza nessuna concessione descrittiva. Non è così per i Compianti che seguono: a Modena a una Madonna affilata e severa si affiancano due Marie descritte con dovizia nei loro abiti secolari e distinte per età, Maria di Salome più giovane, Maria di Cleofa più vecchia. Così è nel gruppo di Ferrara, in cui Maria di Cleofa è la duchessa Eleonora d’Este secondo l’indicazione citata del Colasanti.
La figura frammentaria ferrarese ha tutta la cupezza di una Vergine addolorata, molto simile a quelle di Modena e di Ferrara alle quali è da collegare, anche cronologicamente, in assenza purtroppo della Madonna veneziana. C’è ancora un’ultima ipotesi che si può formulare, ma anche qui senza nessuna indicazione che provenga dalle fonti: che possa trattarsi della Madonna di un Vesperbild, con gli occhi al cielo in espressione di dolore e il Cristo morto sulle ginocchia. Per questo frammento, come per la “Pietà” di Ferrara, la coincidenza di modi di questi anni tra Mazzoni e Ercole de’ Roberti è molto stretta.

A. Lugli, Guido Mazzoni e la rinascita della terracotta nel Quattrocento, Torino 1990, pp. 108-109, 327.

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Grazie alla rimozione della policromia incongrua, sono emersi i colori originali. Il manto quasi nero (risultato della trasformazione dell’azzurrite), è contornato da filetti in oro applicati con gomma arabica. È tornato alla luce il verde all’interno del manto, mentre il rosso della veste dà rilievo al bianco freddo del soggolo che incornicia il rosa deciso dell’incarnato in cui spiccano tragicamente le lacrime.

[…]
Nell’attenta monografia su Mazzoni, la Lugli avanza una nuova tesi soffermandosi sull’impianto dei Vesperbild, tracciando un parallelo con la pittura ferrarese quattrocentesca. Seppur stimolante […], non condivido appieno la nuova proposta in quanto la postura della Madre, in queste piccole Pietà di cultura nordica, è diversa dal nostro frammento. Anche il gesto delle mani intrecciate nella Dolente differisce dalle mani giunte della terracotta  della Ca’ d’Oro. Nelle Pietà di San Francesco a Ferrara e del Duomo di Finale Emilia – entrambe di anonimi autori ferraresi – la Madonna invece sorregge con una mano il capo di Gesù e appoggia l’altra sul petto in segno di contenuto dolore. Le spalle, il capo e lo sguardo sono forzatamente rivolti in basso verso quel corpo esanime che sembra scivolare dal grembo materno. Non possiamo dire altrettanto del busto modellato da Mazzoni, dove il capo è inclinato sulla spalla sinistra e lo sguardo è rivolto a un punto più alto. Alla luce delle osservazioni sino ad ora espresse, sarei orientata a riconoscere una rappresentazione che non è comunemente racchiusa esclusivamente in un Compianto o in una Pietà, ma fonde le due scene e ferma il momento in cui Cristo, deposto dalla croce, viene accolto da una piccola folla in cui presenziano anche la Vergine e le Marie.

E. Lopresti in Emozioni di terracotta. Guido Mazzoni, Antonio Begarelli. Sculture del Rinascimento emiliano, cat. della mostra a cura di G. Bonsanti, F. Piccinini (Modena, Foro Boario, 21 marzo – 7 giugno 2009), Modena 2009, p. 133-134.

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Pubblicato su “MuseoinVita” | 2 | dicembre 2015

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